giovedì 5 ottobre 2017

La Stanza di Giada - Capitolo 8 Un Drago Ubriaco

Il primo disegno
Nell’immaginario comune, quello appartenente ad esempio al fossile intelletto di mio padre, disegnare è un passatempo utile al massimo a perdere del tempo. Cari lettori, sicuramente avrete ragione, ma molto probabilmente questo perché voi siete incapaci a compiere un disegno particolarmente buono. Non prendiate le mie parole come se fossero atti di estrema superbia, cerco solo di dire che: talvolta ciò che riteniamo banale, altro non è che un estrema sublimazione del concreto, e come tutti noi ben sappiamo, l’astratto supera sempre qualsiasi barriera fisica, proprio perché … è astratto. Non vi è in ciò nulla di particolare, se non la estrema difficoltà nell’atto di sublimare il concreto.
Ecco, giunsi alla scuola di belle arti, con la convinzione che bastasse tracciare due righe per definirsi artista, forse non ero bravo nell’inventare topolino ma solo nel copiarlo, come il mio padrino più volte aveva affermato, ma ciò mi bastò. E così è proprio perché siamo pieni di noi stessi che meritiamo, anzi, dobbiamo, cadere e farci male.
Di fronte a me un lenzuolo  dal colore viola oscuro appeso al muro, scendeva fino a ricoprire il tavolo, formando diverse piegature, grandi, piccoli, sottili piegature ad ogni dove … al centro del tavolo, una caraffa in metallo, verniciata di bianco con qualche macchia ossidata qua e là.
-          Ehi Artista, sei pronto per mollare?
-          No signore.
-          Bene, tornerò alle 19… deve essere finito!
-          Vi sorprenderò!
-          Ne dubito ragazzo, ma tu non dubitare di te stesso.
Insomma, mi sarei aspettato qualche lezione su come impugnare la matita, sulla prospettiva, sul chiaroscuro, sul come prendere le misure del soggetto e riportarle sulla carta, ecc, ecc, ecc … era venuto lì, per prendermi in giro e lasciarmi buttato di fronte a quel bodegòn, armato unicamente di una matita e una gomma? Gran bell’aiuto dissi tra me e me … e lasciando sfuggire un sospiro... mi misi all’opera.
Un ora piena era appena trascorsa, quando mi resi conto che avevo bisogno di cambiare foglio, poiché quello iniziale era ormai danneggiato dalle tante volte che avevo usato la gomma per cancellare le tracce della mia matita.. insomma, capì molto presto che imprimevo troppa forza nel tracciare le linee, le quali ovviamente si mostravano irruenti  e squadrate, inoltre non capendo da dove cominciare, avevo provato ad iniziare più volte da particolari diversi, così ero riuscito ad avere una carta, consumata dalla gomma e dalla punta della mia matita in ogni piccolo angolo della sua, ormai, immensa superficie.
Staccai velocemente il foglio dalla tavola e ne piazzai un altro quanto prima riuscì a farlo. Questa volta mi dissi: inizierò dal centro, dalla caraffa in metallo bianco e poi mi muoverò verso l’esterno. Immagino che questa convinzione derivasse dalle parole del Maestro quando parlando di come abbattere l’avversario avrebbe una volta detto: Il modo più veloce per ottenere l’impero è conquistare il centro. Certamente quest’azione era vera in battaglia, ma conquistare il centro può comportare il caos nella periferia, il disordine nell’amministrazione delle regioni più lontane e sicuramente, non avevo ancora l’esperienza per controllare e guidare al meglio questa particolare battaglia.
Cominciavo ad accusare la stanchezza, a tratti mi rendevo conto di essere contratto in qualche posizione strana, nella quale la mia, ancora flessibile, schiena si contorceva come un drago che segue il filo d’oro. Così cercavo di tornare velocemente dritto, ma la concentrazione nel comprendere la composizione ed inserirla nella mia carta, mi faceva tornare annodato, via via sempre di più. Passò un'altra ora, e non riuscivo se non a riprendere il contorno di quella caraffa, che man mano iniziavo ad odiare. Cancellavo e ridisegnavo ed ogni volta scoprivo nuovi particolari in quella piccola caraffa, insomma non era più alta di venti centimetri e larga quindici alla base, ma ogni volta che toglievo lo sguardo da essa, posizionavo un particolare sulla mia carta e infine riguardavo la caraffa, scoprivo in essa nuovi segni, nuovi particolari che prima non avevo notato e guardando la mia carta, capivo che non avevo spazio per inserirli, e così facendo cancellavo e aggiungevo, e toglievo e ri cancellavo … Ad un certo punto mi sembrò di non vedere più una caraffa, ma vederne diecimila altre: esse erano un intero esercito ed io avevo solo un unico pezzo di carta, ma non solo, avevo un unico spazio, limitato al centro della mia carta, e al suo interno tutte quelle caraffe non entravano di certo.
Notai un particolare luccichio sul manico alla mia destra, il quale si avvicinava ad una piccola macchia nera, prodotta certamente dall’ossidazione del metallo e il conseguente scrostamento della bianca vernice. Provai ad inserirla nella mia carta, ma evidentemente la stanchezza non mi faceva più controllare la forza impressa alla matita, bucai la carta ed emettendo un lungo ed amaro sospiro, dovetti ricambiarla velocemente.
Erano le diciotto e quarantacinque, la mia mente era annebbiata dalla rabbia e dalla frustrazione, in testa le parole del direttore si rincorrevano velocemente: Non supererai mai quell’esame ragazzo, molla adesso ed evita una brutta figura alla tua famiglia. Potevo farlo, potevo ritornare a casa e chiedere scusa a mio padre, e magari sarei rimasto lì ad aiutarlo a levigare le mezze lune dei pistoni della cb125, insomma avevo capito, no? Non faceva per me, non ne ero capace. Tutto il pomeriggio non avevo fatto altro che disegnare e cancellare, impastare di sudore la carta e attorcigliarmi con la schiena, quasi fossi un serpente assonagli. Dieci fogli avevo cambiato e l’ultimo rimasto, era in pessime condizioni, consumato ormai dalla gomma, la quale tra l’altro era quasi a metà. Il salone grigio mi appariva ancora più cupo, le piccole finestre in alto lungo tutta la lunghezza del muro, cominciavano a proiettare un ombra quasi parallela al terreno. La luce mi stava lasciando velocemente, e le varie sculture in marmo, cemento, ferro ed altri materiali, sembravano prendersi gioco di me: ecco il nuovo stolto che crede di saper disegnare! mi sembrava di udirle parlare, ridendo e scherzando su di me.
Alla fine, stavo quasi per mollare tutto, per un momento forse l’ho fatto veramente, per un momento ho lasciato la matita ed essa, cadendo a terra, perse la sua punta. Non ce la faccio. Stavo per dirlo a voce alta in modo da convincermi quando entro il direttore.
L’arte non è per tutti, se lo fosse sarebbero tutti artisti. Ci sono persone che si illudono di poterlo essere, ma l’arte, essendo simile alla vita, poiché in essa si manifesta, è una delle cose più complesse e difficile tra tutte le umane conoscenze. Mio giovane apprendista, non basta la tecnica, essa deve far parte di te, come il tuo cuore pulsante, deve vibrare come la tua spada quando esegui un affondo. Per farlo dovrai affrontare tre  ladri: La stanchezza, essa consumerà le tue forze e ti illuderà facendo di ogni tua fatica una piramide. La noia, essa ruberà la tua attenzione, la tua concentrazione, ti ingannerà portandoti verso vallate di falsa illusione ed infine la più terribile di tutte e tre, la superbia, essa ti ruberà  la modestia facendoti abbassare la guardia e portandoti verso il logoramento  e alla fine, la perdita della tua tecnica stessa.
Le parole del Maestro sono ferme nella mia mente, quasi fossero tatuate sulla pelle della memoria. Non mi ero mai arreso, non avevo mai abbandonato i miei fratelli il mio Maestro e non avrei certamente cominciato quel giorno, non era il mio giorno, non ancora,mi dissi tra me e me.
-          E’ l’ultimo foglio, non è vero?
-          È vero
-          Oggi hai capito molte cose.
-          Vi sbagliate … le ho solo riscoperte o, forse, viste semplicemente da un altro punto di vista.
-          Ottimo ragazzo, soltanto un consiglio …
-          Non aspetto altro.
-          Usa di meno la gomma.
-          Ma come faccio?
-          Arriverà il giorno in cui utilizzerai la gomma, non per cancellare soggetti interi, ma per aggiungere particolari invisibili, allora capirai che è facile cancellare e disegnare con la matita, ma la vera arte risiede nel disegnare togliendo, cancellando con la gomma.
-          Vi riferite alla scultura, non è vero?
-          Credevo di avere più cose da spiegarti, ma evidentemente mi sbagliavo. Torna domani, alla stessa ora, il soggetto sarà lo stesso.
-          Verrò fin dal mattino presto se sarà necessario.
-          Lo so.
Il direttore andò via velocemente e chiudendo la porta mi diede la buona notte. Aveva capito certamente che sarei rimasto lì. Corsi verso il mio zaino a cercare qualche moneta per comprare altri fogli al negozio, prima che chiudesse. E così quella notte ne consumai altri venti fogli. L’esercito delle caraffe cominciava a diminuire, una ad una le annientai ...

lunedì 26 giugno 2017

Primavera 1999

Settembre moriva lentamente nei giorni della prima primavera, le prime luci all'imbrunire noiosamente soffuse ingiallivano le tiepide strade. Lisci e perfettamente allineati i marciapiedi, dal riflesso abbagliante, convergevano nel punto di fuga all'orizzonte. Il tremolante autobus di quella nuova compagnia, dagli accesi colori, sembrava doversi smontare ad ogni metro consumato. La plebea musica che da sempre riempiva le mie orecchie tuonava insistente nei suoi ritmi a tre tempi... uno, due, tre ... uno, due, tre ... Sagome umane si ammassavano all'interno dell'autobus, tra i rumori vocali di una scassata radio.

Guardai le mie consumate scarpe, pensando alla noia mortale di quei rituali quotidiani, tornare al solito orario a casa, svolgere i soliti compiti, aiutare mio padre, andare ad allenarmi, provare a dormire, e ricominciare.
guardai a destra, l'orizzonte della prima sera ad un tratto mi sembrò diverso.
Non già l'ingiallita luminosità, non quella rettilinea strada, non più il rumore delle biomasse, non il tempo mi sembrò di scorgere. L'occhio innocente fu rapito, d'un ardore mai prima d'ora provato il cuore in petto sembro per un momento fermarsi.

Ricominciare.

L'autobus si fermò.

Lunghi, i dorati capelli scendevano sulla schiena, dolcemente intrecciati in un unica, semplice coda. Il laccio blu alla punta, giungeva là dove i sogni più inquieti bramavano un ardore quasi sconosciuto. Gli occhi smeraldini, fuggenti come il colibrì, fissavano quel vuoto abissale che solo io conoscevo.
Fu il battito di una farfalla, magari dall'altro capo del mondo, con la semplicità della sua età, mosse lo sguardo, là dove io attendevo. Muto, in silenzio, si direbbe più morto che vivo, sconfitto nell'unica battaglia in cui anche gli eroi più famosi avrebbero perso. Avevo già combattuto altre volte, conoscevo bene il furore del sangue e della carne, il rumore secco delle ossa rompersi, il sibilante soffio delle lame. Quella sensazione di potere, quell'orgoglio di vittoria quando il tuo avversario è abbattuto, ma questo ... questo era diverso, non ero stato addestrato a questo.

Sorrise.

Tolse lo sguardo, poi con la coda dell'occhio ricercò il mio, sorrideva teneramente. Le sottili labbra appena scoprivano la giostra dei denti. Sapevo che dovevo reagire, che dovevo agire! Sapevo, ma non sapevo come. Nella mia testa ero già battuto, sconfitto dall'amore che credevo di conoscere, più simile ad un dio m'immaginavo incapace di soccombere per una puerile passione. Ma non era semplice e banale passione d'uomo, vi era in tutto questo qualcosa di insensato, di ansiosamente nuovo, quasi sacro.

Correvo. Veloce come il vento di aprile. Le dita strette, mi ferivano la mano, talmente stringevo i pugni nella corsa. Io, la piccola tigre, il quarto discepolo, l'ultimo discepolo, non avevo avuto il coraggio di agire, di fare quel che si doveva fare. Ero sceso di corsa da quell'autobus, sapendo con chiarezza indescrivibile che era un errore! Il coraggio, mi era mancato il coraggio? il "cor habeo"? eppure mai prima d'ora quel cuore lo avevo sentito!

Spalancai la porta di colpo, mi fermai cercando l'aria per i polmoni, le mani appoggiate alle ginocchia.
- Mio giovane apprendista, grave è la colpa che ti porta qui ora, in queste condizioni.
-Ma ... Maestro ... io ...
- Tu, devi prima respirare, poi parlare.
Continuava a leggere i suoi libri, seduto, impassibile, fece cenno con la mano e mi invitò a sedere di fronte a lui.
- Maestro, sono un indegno discepolo, io che non ho mai conosciuto sconfitta, ora mi sento smarrito, incapace, cosa mi accade? Maestro! io so cosa devo fare, so cosa dovevo fare e ...
- Perchè domandare se conosci già la risposta?
- Ho visto una ragazza questa sera e ...
- Piccola tigre, tu conosci la Via della spada, in qualunque modo si saggi la sua lama, non puoi garantire il taglio a lungo, per questo motivo la spada non ha bisogno solo di addestramento, ma sopratutto di cuore. Conoscere l'arte della spada significa trovare il cuore della spada, solo allora il suo filo sarà sempre tagliente.
- Maestro, addestrami!
- Ci sono cose alle quali nessun addestramento può garantirti la riuscita, ciò sarebbe artefatto, la qualità della Via è quella di essere la più semplice e naturale possibile. L'unico addestramento possibile è non essere addestrato per questo. Ricorda solo una cosa, mio giovane apprendista, Colui che ama può conoscere felicità e sofferenza, ma colui che ama con distacco ... A lui potrà essere affidato l'impero!

Nelle sue parole trovai solo enigmi, Settembre moriva lentamente al tempo della prima primavera.
Il cielo notturno annunciava un estate di furore.

lunedì 13 marzo 2017

L'analfabetismo intellettuale


L'inverno è forse la stagione nella quale mi dedico maggiormente alle letture più impegnative, dovuto forse al fatto che: essendoci vento, pioggia e quel freddo glaciale che penetra nelle ossa, preferisco conoscere il mondo senza uscire di casa. Là dove la primavera e l'inizio della bella stagione (perchè le altre sono brutte?) consentono l'intensificarsi dei rapporti umani, capitano maggiori possibilità di interloquire con parenti, amici e conoscenti vari, spesso tuffandoci in argomenti di banale sostanzialità; raramente affrontando tematiche di squisita enfasi e impegno intellettuale, ed è qui che: Chiacchierando del più e del meno, cominciai a notare una costante subdola ed uniformemente sparsa: La ristretta conoscenza di argomenti a vanto di una apparente conoscenza dell'argomento stesso. Mi domandai quindi, come mai il più delle persone con le quali ho modo di discorrere  sono capaci di affrontare argomenti di discussione, anche di un certo impegno intellettuale per poi riscoprire che, in realtà, la sovrastruttura dalla quale la loro conoscenza deriva fonda su un sapere apparente, dato, il più delle volte, non dallo studio approfondito ma dalla "lettura" veloce e schietta, speso donata dai mezzi di comunicazione di maggior uso ai giorni nostri.

Uno dei più grandi esempi, è ad esempio la conoscenza trasmessa ai più attraverso l'uso della settima arte: il cinema. Prendiamo i soliti film sulla seconda guerra mondiale: Ci sono i buoni, i cattivi e la dimostrazione del perchè l'uno è l'opposto dell'altro. Ad una persona media, non interessa approfondire null'altro, ed ottiene una educazione storica basata esclusivamente sull'idea preconfezionata, non dal regista, ma dal produttore del film, al quale interessa che un certo messaggio venga trasmesso. In tal modo, mi ritrovo a dover lasciare una eventuale conversazione riguardo la seconda guerra mondiale sul banale confronto tra ciò che è bene e ciò che è male, o per meglio dire, sul banale: mi piace questo e non quello, quando dovremo invece ricercare una conoscenza capace di addentrarci nell'evento fin gli interstizi più sottili dell'intera complessità tematica.

Alla pari del Corpus Aesopianum, dove gli animali prendono il posto degli esseri umani per analizzare la psicologia e trasmettere i valori morali di un epoca, oggi le nostre favole filmiche hanno lo stesso gravoso compito ma per ovvie ragioni di tempo e ristrettezza del campo visivo, non possono far altro che lanciare il sasso, affinché colui che lo raccoglie, possa prenderlo come punto iniziale di una ricerca e studio di maggior impegno e dalle sorprese davvero inaspettate. Coloro che si dedicano esclusivamente a guardare il "lancio del sasso", ma non si degnano della "fatica" del raccoglierlo, osservarlo, sentire la ruvidezza della superficie, analizzare la fonte del lancio stesso, la sua traiettoria, ecc, tendono ad sviluppare ciò che chiamo: analfabetismo intellettuale, ovvero la moderna malattia già evidenziata dal buon Socrate, dove il vanto del sapere dimostra come, in verità, il sapiente non sa.

Possiamo affermare, ad esempio, come la maggior parte di noi possa "conoscere" F. Nietzsche, quale figura storica nell'ambito della filosofia, magari solo per sentito dire. Di questo stesso gruppo di cui si può affermare che "conosce" il personaggio, un gruppo ancora minore è dato da chi conosce il personaggio grazie agli studi scolastici, dove magari ha dovuto memorizzare, causa un interrogazione od un compito specifico, le opere ed i principi più famosi attribuiti all'autore. Orbene, al giorno d'oggi è ancora più facile raggiungere la "conoscenza": Sarà sufficiente gloogare il nome dell'autore e magari leggere la wiki dello stesso, dove tutte le informazioni più "importanti", verranno mostrate in modo sintetico ed immediato. In tal modo, possiamo davvero affermare di "conoscere" F. Nietzsche? Quanti tra coloro che, grazie ad internet, hanno avuto accesso all'informazione, hanno davvero studiato e conosciuto Nietzsche, senza fermarsi a leggere velocemente frasi e termini quali "volontà di potenza", "dio è morto", "il superuomo",  ecc davanti uno schermo?

La differenza tra il sapere apparente, di cui siamo soliti vantarci, ed il sapere concreto quale pilastro formale della nostra capacità di costruirci una propria struttura culturale - comportamentale, risiede proprio nel modo in cui ci abituiamo ad utilizzare i vantaggi del nostro tempo: Essere la specie più "intelligente" (finora dimostrabile) su questo frammento di terra chiamato pianeta, non ci rende per forza di cose intelligenti, ma ci consente il libero arbitrio di poter indirizzare la nostra stessa intelligenza, nel profondo ed ancora oscuro pozzo della conoscenza.

mercoledì 8 marzo 2017

Impara con la mente, poi dimentica ...


Il maestro sedetti sulla vecchia e polverosa sedia di paglia. A suo fianco vi era "rugiada splendente", la sua spada dalla lama ormai quasi seghettata per via dei colpi subiti. Un vento leggero entrò dalle alte finestre lungo il muro di fianco a noi, tremarono le deboli fiamme delle candele tutt'attorno. Iniziai ad eseguire i miei taolu, le forme del nostro stile che ormai da anni praticavo.
Corse il tempo nel tempo dell'estate, la vita fugace scappava nella giovane inconsapevolezza di quegli anni. Domandai allora:
- Maestro, l'ho eseguita bene la forma?
Non rispose di immediato, sembrò quasi pensare e valutare mentalmente la giusta risposta. Dopo l'attimo di attento pensiero la serena voce del maestro esclamò:
- Fa schifo!
Molte lune si alternarono, molte volte sfinito dal ripetere provai a chiedere ancora, nella speranza di avere un giusto consiglio, una giusta guida: Maestro, l'ho eseguita bene la forma? Puntualmente la risposta si ripeteva con tenacia sempre maggiore: Fa schifo!
L'irruenza della gioventù cavalcava il cuore, mentre rabbia e frustrazione lasciavano spazio a sempre meno ambizioni di sapere, tanto, ormai sapevo che la risposta era sempre e comunque: fa schifo!
Continuai.
Non mi fermavo più a pensare se lo facevo giusto o sbagliato, non pensavo più alla mossa successiva: "facevo e basta", non domandavo più cercando il consiglio, ma mi allenavo, ripetevo, ripetevo, ripetevo.
Basta!
La sua voce risuonò nella stanza di giada, la sua mano destra era alzata, indicandomi di fermarmi.
Il respiro era ancora spezzato dalla fatica, mentre il sudore caldo scendeva dalla fronte quale fontana mistica.
portai il ginocchio e la mano destra a terra, aspettai.
- Adesso è accettabile!
- Le parole del maestro sono enigmatiche. Maestro che cosa è accettabile?
- Quando ti fermi a giudicare la forma, non alleni la forma ma il tuo ego. Quando ti fermi ad allenare la forma, alleni la forma. Quando alleni la forma senza pensiero la forma può finalmente sbocciare come il fiore di loto. Impara con la mente, poi dimentica ed impara senza mente.
Quel giorno la Piccola Tigre aveva molto su cui meditare.

lunedì 2 gennaio 2017

Ricordi d'estate


Calava il sole lungo il rosso orizzonte, i raggi talvolta trafiggevano le nubi dalle rosate sfumature. Il tempestoso mantello dei mari del sud ritmicamente copriva la riva, mentre la nera sagoma di un pellicano in lontananza, fissava le novelle stelle della sera. Mi fermai ancora.
Il caldo sapore del sangue si mischiava in bocca a quello della sabbia, lo sguardo cominciava ad annebbiarsi mentre la stanchezza scorreva leggera lungo gli arti. Un colpo ancora, fortissimo. In pancia. Caddi.
Un secondo ancora ed il suo piede avrebbe spazzato via la mia faccia dalla sabbia, il maestro sollevo la mano destra: "Basta così grande drago". provai ad alzarmi ... Mi diede una mano.
Stavamo in piedi di fronte al maestro, solo il rumore delle onde marine cavalcava il vento.
- cosa hai imparato oggi piccola tigre?
- Vincere grande drago è un obiettivo ancora lontano da raggiungere, Maestro.
-Non la vittoria è cosa buona mio giovane discepolo, ma ciò che ogni giorno riusciamo ad imparare. Non vi è nessun maestro migliore della perdita, dello sbaglio. Sii grato al tuo avversario, perché è solo grazie a lui che tu migliori te stesso. E' solo grazie all'errore che puoi imparare, che puoi evolverti, che puoi conoscere!
Ricordate: per migliorare, dovete affrontare difficoltà via via maggiori, finché vi volterete indietro e riconoscerete la vostra vecchia debolezza. Allora, non avrete più avversari.
L'oscura notte era appena calata su di noi.
Neri uccelli trafiggevano il cielo.
Il vento dell'estate alleggeriva la stanchezza, un altra giornata di addestramento si era appena conclusa.

giovedì 22 dicembre 2016

Trova il tuo cuore



Come era consuetudine sedetti di fronte al Maestro, l'impavido sudore ritmicamente sgocciolava dal sopracciglio destro. Cadendo sulla terra battuta della sala, quelle piccole gocce sollevavano la polvere.
Silenzio.
Soltanto la goccia ricordava la sua presenza. Il respiro spezzato, man mano cercai di portarlo all'ordine, alla compostezza.
- Hai fallito ancora piccola tigre.
- Non sono un degno discepolo, Maestro.
Il capo leggermente chino a sinistra mentre la sottile, tagliente, mano destra accarezza delicatamente la barba. Lo sguardo sembra viaggiare fuori dalle alte finestre lungo il muro. Occhi neri come la notte più buia, nascondono la verità di mille ore di morte.
- Hai fallito ancora piccola tigre, non per mancanza di doti, ma per l'assenza del cuore.
- Le parole del Maestro sono impenetrabili.
- Non il pugno ha valore, non il calcio. la spada addormentata resta nel fodero, la lancia non tuona e giace in silenzio. Ognuno di esse manca di cuore. Il cuore, mio giovane apprendista, è ciò che dà vita ad ogni tecnica, ad ogni strumento. La via della maestria passa attraverso il cuore: Se sei felice sia la felicità a riempire la tua virtù; se sei triste sia la tristezza: entrambe ti doneranno potenza. Trova il tuo cuore, mia piccola tigre, e non avrai più avversari.
Uscendo dalla stanza di giada il Maestro chiuse col lucchetto la porta e tornò ai suoi quotidiani lavori.
XiaoFu andò via, per quel giorno troppo aveva da studiare ancora.

venerdì 25 novembre 2016

Poco è meglio di molto












Taikui fu mandato dalla sua famiglia al tempio, per imparare le arti marziali e divenire monaco. Fu affidato ad un maestro e, dopo aver fatto il giuramento di obbedienza, il maestro gli disse di riempire d'acqua un barile, successivamente di prenderlo a palmate finché non lo svuotava e ripetere l'operazione per l'intera giornata.
Ogni giorno Taikui riempiva e svuotava a palmate il barile, senza mai allenare nessun altra tecnica, ogni giorno si amareggiava credendo che il suo maestro non avesse voglia di insegnargli il VERO kungfu, le VERE arti marziali. Passarono 2 anni e finalmente fu concesso a Taikui di uscire dal tempio per andare in visita alla sua famiglia.
Ansiosi i parenti ed amici del villaggio gli chiedevano di far vedere loro le arti marziali apprese in questi due anni, ma TaiKui non conosceva nessuna sequenza, nessun taolu, nessun kata, nessuna mossa se non il prendere a palmate un barile d'acqua. Sentendosi sotto pressione per l'insistenza dei parenti ed amici, TaiKui esclamo urlando: Non ho imparato nulla al tempio! ed in un atto di collera sbatté con il palmo aperto sul tavolo.
Si udì un secco scricchiolio ed il tavolo, in massiccio legno, si spezzo subito in due.

I famigliari di Taikui ne furono felici.